sabato 18 luglio 2015

152. Marcantonio Bragadin

A San Zanipolo vi sono circa 150 tombe tra pavimentali ed esterne, oltre 37 monumenti funerari; entrando e girando verso la navata destra, ci si trova di fronte a quello di Marcantonio Bragadin. È l’eroe per antonomasia della millenaria gloriosa storia militare veneziana. Difese Famagosta, l’ultima roccaforte nell’isola di Cipro.
Nel 1571, dopo mesi d’assedio turco a Famagosta, fu catturato con l’inganno da Lala Mustafà Pascià, comandante dell’armata Ottomana che, oltre a non mantenere la parola data – quella di riconsegnare i prigionieri ai Veneziani in cambio di un riscatto – gli propose di abbracciare la religione islamica in cambio della vita.
Marcantonio rifiutò; così gli furono mozzati naso e orecchie, quindi rinchiuso per dodici giorni in una minuscola gabbia lasciata al sole, con pochissima acqua e cibo. Al quarto giorno i Turchi gli proposero la libertà se si fosse convertito all'Islam, ma Bragadin rifiutò. Il 17 agosto del 1571, tratto già quasi esanime dalla prigionia e con gravi ustioni sul corpo, fu appeso all'albero della propria nave e massacrato con oltre cento frustate, quindi costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, finché non ebbe un collasso. Fu quindi riportato sulla piazza principale della città incatenato a un'antica colonna e qui scuoiato vivo a partire dalla testa. Spirò quando i carnefici giunsero all’altezza della cintola.
Le sue membra squartate vennero distribuite tra i vari reparti dell'esercito e la pelle, riempita di paglia e ricucita, venne rivestita delle insegne militari e portata a cavallo di un bue in corteo per Famagosta. Il mostruoso fantoccio, con in testa il cappello da comandante, fu poi appeso al pennone della nave ammiraglia di Mustafà, che lo portò in trofeo a Costantinopoli dove venne infine esposto al pubblico ludibrio nell’Arsenale.
La fama del Bragadin si deve all'incredibile resistenza che seppe opporre all'esercito che lo assediò, dato il rapporto delle forze in campo, nonché all'orribile scempio cui fu sottoposto dopo la resa della sua città. Dal punto di vista militare, la tenacia ed il protrarsi della resistenza degli assediati capitanati dal Bragadin richiese un ulteriore impiego di forze da parte turca e tenne impegnati gli assedianti per un lungo periodo, tanto che la Lega Santa ebbe il tempo di organizzare la flotta che avrebbe sconfitto quella ottomana nella battaglia di Lepanto.
Nel 1580 il marinaio veneziano Girolamo Polidoro, su incarico della famiglia Bragadin, riuscì a rubare quella pelle, svuotarla, piegarla pietosamente e riportarla finalmente in patria, dove fu inumata prima nella chiesa di San Gregorio e poi, il 18 maggio 1596, in quella dei SS. Giovanni e Paolo (o chiesa di San Zanipolo), posta in una cassettina di piombo in un incavo nel retro dell’urna, dove si trova ancora oggi.
Nel 1961 venne riesumata e analizzata; una macabra cronaca dell’epoca così la descrive:
“Era piegata in ampiezza di un foglio di carta, salda e palpabile come fosse pannolino; vi si vedevano i peli del petto ancora attaccati, e alla mano destra, le dita non compiute di scorticare, con le unghie che sembravano ancora vive”.
L’architettura classicheggiante del monumento funebre dedicato a Bragadin è attribuita a Vincenzo Scamozzi. L’affresco a chiaroscuro attorno alla tomba, raffigurante il Martirio del Bragadin, è attribuito da alcuni a Giuseppe Alabardi, da altri a Fra Cosimo Piazza, cappuccino; mentre il busto dell’eroe è di un discepolo di Alessandro Vittoria.

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