sabato 18 luglio 2015

150. Maria Cristina d'Austria

Maria Cristina d'Asburgo-Lorena, arciduchessa d'Austria (Vienna, 13 maggio 1742 – Vienna, 24 giugno 1798), duchessa di Teschen e governatrice dei Paesi Bassi austriaci era la figlia di Maria Teresa d'Austria e di Francesco Stefano di Lorena. Era amante del disegno e fu la figlia preferita di sua madre: questa predilezione venne dimostrata dalla possibilità (rarissima per l'epoca) datale di sposare chi voleva. Nonostante il parere di suo padre, morto però nel 1765, che voleva farle sposare suo nipote, Benedetto Maria Maurizio di Savoia, duca del Chiablese, figlio di sua sorella Elisabetta Teresa e del re di Sardegna Carlo Emanuele III, nel 1766, Maria Cristina sposò il principe Alberto di Sassonia-Teschen, figlio del re Augusto III di Polonia, il quale nel 1759 si era arruolato nell'esercito dell'imperatrice. La coppia riuscì ad avere solo una bambina, Maria Teresa di Sassonia, che nacque e morì il 17 maggio 1767. Divennero poi genitori adottivi dell'arciduca Carlo, figlio dell'imperatore Leopoldo II e di sua moglie Maria Ludovica di Borbone-Napoli. Maria Teresa insediò figlia e genero a Bratislava nel 1766, dopo aver affidato a lui l'incarico di governatore d'Ungheria.
Maria Cristina divenne molto amica, o forse amante, della cognata Maria Isabella di Borbone-Parma, moglie del fratello erede al trono, Giuseppe. Le lettere tra le due cognate sono giunte sino a noi e testimoniano il reale clima familiare creato dall'imperatrice madre. Se da una parte ella mostrava immenso affetto per i figli o per coloro che riteneva simpatici, dall'altra pretendeva severamente da tutti il massimo e se il massimo non arrivava il suo comportamento diveniva spietato, così da far nascere sensi di colpa. Per questo comportamento lunatico e anche per tutti i favoritismi nei confronti di Maria Cristina, soffrirono moltissimo tutti gli altri suoi figli, soprattutto Maria Antonietta e Leopoldo.
L'intelligente e diplomatica Maria Cristina sapeva infatti approfittare delle debolezze della madre per ricavarne il massimo profitto: le scriveva spesso, le dava sempre ragione, era sempre accanto a lei. Il fratello Giuseppe aveva un ulteriore motivo di attrito nei confronti della sorella: nell'amicizia che legava la moglie Isabella e la sorella molti videro un legame così profondo da apparire saffico.
Il monumento funebre a Maria Cristina d'Austria, opera di Antonio Canova, è custodito all'interno dell'Augustinerkirche di Vienna: fu commissionato allo scultore neoclassico dal marito della defunta (come si deduce dalle iscrizioni in latino sul medaglione e sul portale). L'obiettivo dell'opera era di rendere omaggio alla memoria di questa donna e alle sue molteplici virtù.
Il lavoro di realizzazione del monumento si svolse in più fasi nei sette anni successivi, terminando nel settembre 1805. Per il progetto Canova si servì dei bozzetti già realizzati per un monumento funebre a Tiziano Vecellio per la basilica dei Frari di Venezia, il quale non fu mai messo in opera.
L'opera è concepita, coerentemente al pensiero foscoliano dell’autore, come luogo di congiunzione ed affetto con il caro estinto e come sacro e solenne simulacro che induce ad una profonda riflessione sul vero senso della vita. Il monumento, infatti, è considerato il parallelo letterario del carme Dei sepolcri di Ugo Foscolo, da inserirsi nella poetica neoclassica, nella quale è sempre centrale il tema della morte
L'opera si mostra come un'imponente piramide bianca al centro della quale si apre un portale che immette in una camera buia. La piramide marmorea, oltre all'ingresso segnato da due massicci stipiti inclinati e da un architrave con scritto uxori optimae Albertus ("Alberto alla sua ottima moglie"), presenta sulla parte alta un medaglione con il bassorilievo del profilo della defunta, incorniciato da un serpente che si morde la coda (antico simbolo dell’eternità), sorretto dalla figura sospesa della Felicità, cui si contrappone una seconda figura, un putto, che porge una palma, simbolo di beatitudine. Sul piano dell’entrata, alla destra di chi osserva, è disteso un mansueto leone, simbolo della saldezza morale, su cui si adagia il malinconico Genio del Dolore, con lo sguardo rivolto ai cinque personaggi che avanzano in processione: costui rappresenta υπνος (che in greco significa "sonno"). Nella mitologia greca υπνος è fratello di θανατος (che in greco significa "morte"). Questo indica che la morte è vista come un sonno eterno. La processione sale da sinistra una breve gradinata; tutti i personaggi sono segnati da una mesta espressione e dal capo chino: si tratta della personificazione della Virtù sostenente il vaso delle ceneri tra due fanciulle; della Beneficenza che accompagna sotto braccio un vecchio cieco, che si sostiene con un bastone, affiancato a sinistra da una bambina. L'intera processione è seguita dalla scia di un drappo, che accompagna fino al buio interno, simbolo del mondo dei morti, a sottolineare la continuità tra la vita e la morte. Va tuttavia precisato che Canova stesso, contrariamente al volere del committente, che aveva indicato dei significati allegorici per le figure (Beneficenza, Virtù, Felicità) aveva, come lui stesso afferma, immaginato i personaggi soprattutto come una specie di pompa funebre, nell’atto di portare le ceneri al sepolcro, ma che possono contenere anche un ulteriore significato. Ossia quello delle tre età dell’uomo, ravvisabile nel gruppo composto da un bambino, una giovane donna e un vecchio, i quali nel rendere omaggio alla nobile trapassata, procedono con passo lento verso la porta aperta della camera tombale, la cui oscurità rimanda all’eterno dilemma di ciò che vi è oltre la morte.














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