lunedì 15 agosto 2016

248. La foresta dei suicidi

Aokigahara (青木ヶ原), conosciuta anche col nome di Jukai (樹海 in giapponese "mare di alberi"), è una foresta di 35 km² situata alla base nord-occidentale del Monte Fuji in Giappone, a circa due ore di macchina da Tokyo. La foresta è composta in gran parte da rocce laviche, caverne di ghiaccio, fitti alberi e arbusti, che frenando l'azione del vento rendono la foresta particolarmente silenziosa.
Aokigahara si formò dopo l'eruzione del monte Nagaoyama, un vulcano parassita del Fuji. Il flusso di lava ha creato un terreno cavernoso caratterizzato da una fitta vegetazione, costituita principalmente da boschi di conifere e cipressi, alberi decidui e numerosi arbusti.
Nel momento in cui uno fa un passo dentro Aokigahara, diventa subito evidente che qualcosa non va.
La prima cosa che si può notare è il silenzio sconcertante.
La densità degli alberi riesce a isolare l’area dal sole e dal vento, producendo un’oscura coperta di quiete, che viene ulteriormente aggravata dalla curiosa mancanza di fauna selvatica nella zona. Non si ode nessun cinguettio o altro rumore comunemente prodotto dagli animali, è un silenzio che più che rilassare mette inquietudine, come se tutta la fauna avesse voluto evitare questo luogo o si stesse nascondendo da qualcosa. La foresta appare all'occhio del visitatore quasi inaccessibile, dando la percezione a coloro che si addentrano nei suoi sentieri di non trovare più la via d'uscita. Questo ha reso il luogo molto popolare per le persone determinate a porre fine alla loro vita in solitudine. Nonostante questo, la foresta è meta gradita di escursionisti, ciclisti e amanti dell'avventura. I visitatori che si addentrano nella foresta con l'intenzione di ritrovare la strada del ritorno, segnano il loro percorso con del nastro adesivo, che lasciano dietro di sé per ritrovare la via del ritorno, tecnica poco gradita ai vari ranger che si occupano della protezione del parco. La foresta è infatti per buona parte designata come zona protetta, dove è fatto divieto danneggiare la vegetazione.
Definito "il luogo perfetto per morire", la foresta di Aokigahara (Giappone) ha la sfortunata particolarità di essere il secondo posto più popolare al mondo per togliersi la vita (il primo è il Golden Gate Bridge di San Francisco, in California). Le statistiche variano di anno in anno, ma è documentato il fatto che, partendo dal 1950, si siano verificati una media di 30 suicidi all'anno, con un tasso sempre crescente.
Nel 2002, sono stati ritrovati 78 corpi all'interno della foresta, superando il precedente record di 74 del 1998.
Nel 2003 il numero è salito a 105 e da allora il governo locale ha smesso di rendere note le statistiche nel tentativo di non danneggiare l'immagine di Aokigahara associandola al suicidio.
Nel 2004, 108 persone si sono uccise nella foresta. Nel 2010, 247 persone hanno tentato il suicidio e 54 di loro hanno portato a termine il proprio intento. Le statistiche indicano l'apice dei suicidi nel mese di marzo, la fine dell'anno fiscale in Giappone, riconducendo la maggior parte dei gesti estremi a ragioni economiche.
A partire dal 2011, i mezzi più usati per togliersi la vita nella foresta sono l'impiccagione e l'overdose da farmaci.
L'alto tasso di suicidi ha portato i funzionari a posizionare dei cartelli nella foresta, in giapponese e in inglese, invitando coloro che si sono recati lì per suicidarsi a chiedere aiuto a degli specialisti.
Dal 1970 si è costituita una speciale ronda, composta da ufficiali di polizia, volontari e giornalisti, addetta alla ricerca e alla rimozione dei corpi.
Il luogo deve la sua popolarità al romanzo del 1960 Nami no tō di Seichō Matsumoto, che narra le vicende di due amanti che finiscono entrambi suicidi nella foresta. Tuttavia sembra che i suicidi siano cominciati già prima della data di pubblicazione del romanzo e che il nome di Aokigahara sia stato associato ai suicidi già dal XIX secolo, quando gli ubasute (letteralmente "abbandono di una donna anziana") andavano a morire nella foresta, trasformandosi in yūrei ("spiriti arrabbiati") che ancora si dice infestino l'area.
Gli spiritisti giapponesi ritengono che i suicidi commessi nella foresta abbiano permeato gli alberi di Aokigahara, generando attività paranormali che impediscono a molti di quelli che entrano nella foresta di uscirne. A complicare ulteriormente le cose c'è anche il fatto che all'interno della foresta le bussole diventano assolutamente inutilizzabili, a causa dei ricchi giacimenti di ferro magnetico nel terreno vulcanico della zona.
Data la vastità della foresta, è improbabile che i visitatori disperati incontrino qualcuno una volta all'interno del cosiddetto "mare di alberi", perciò la polizia ha posizionato ovunque dei  cartelli con scritte del tipo "La tua vita è un dono prezioso dei tuoi genitori. Pensa a loro e al resto della tua famiglia. Non devi soffrire da solo" oppure  "Si prega di consultare la polizia prima di decidere di morire!". Segue un numero verde da chiamare in caso di bisogno di aiuto. Sparse intorno alla zona vi sono diverse cabine telefoniche.
Questo non scoraggia però le persone determinate a suicidarsi in questa fitta foresta.
Gli abitanti del posto dicono che si possono facilmente individuare i tre tipi di visitatori della foresta: i "Trekkers", interessati a vedute panoramiche del Monte Fuji; i curiosi, che vanno in cerca di un assaggio del macabro; e quelli che invece entrano nella foresta per non uscirne più.
L'impatto dei suicidi sulla gente del posto e gli operai forestali è forte. Per le guardie forestali è ancora peggio che per la polizia, perché sono loro che devono portare i corpi fuori dalla foresta, fino alla stazione locale, dove le salme vengono messe in una stanza utilizzata apposta per ospitare i cadaveri dei suicidi. Le guardie forestali giocano poi a Jan-ken-pon-rock (carta, forbici e sasso) per vedere chi deve restare a dormire nella stanza con il cadavere: si ritiene infatti che lasciare i cadaveri dei suicidi da soli porti i Yurei ad urlare per tutta la notte e i corpi stessi a muoversi per conto proprio.
La gente uscita dalla foresta racconta  spesso di aver udito urla raccapriccianti. Uno scrittore del Japan Times disse di aver sentito un urlo terrificante nella foresta e di essere andato alla ricerca della fonte del rumore, imbattendosi infine nel cadavere di un uomo alla base di un albero.  Un rapido esame aveva però rivelato che l'uomo era morto già da tempo.
Altro segno distintivo della foresta è costituito dai numerosi avvistamenti di fantasmi : molti dei visitatori sostengono infatti di aver visto delle figure bianche vagare tra gli alberi.
Data la sua vicinanza al Monte Fuji, Aokigahara è considerato un luogo molto spirituale. I monaci buddisti hanno creato diversi altari nella foresta per cercare di combattere gli spiriti maligni che infestano la foresta, gli spiriti delle persone che si sono suicidate e che portano i vivi a suicidarsi a loro volta. Un monaco buddista di nome Kyomyo Fukui, che  era in visita alla foresta per costruire un altare, disse al New Zealand Herald: "Gli spiriti richiamano qui la gente perché si uccida. Sono gli spiriti delle persone che si sono suicidate prima".















sabato 14 maggio 2016

247. Per chi suona la campana...

Il villaggio gallese di Capel Celyn venne sommerso nel 1965 per creare un bacino che sopperisse alle esigenze idriche del Merseyside.  Il villaggio era a quel tempo una delle ultime comunità gallesi. Nel 1956, la lingua gallese veniva oppressa, politicamente e socialmente, dal governo britannico. Gli abitanti di Capel Celyn si batterono contro il disegno di legge per otto lunghi anni. Furiosi, scesero per  le strade di Liverpool in segno di protesta e tre nazionalisti gallesi fecero esplodere una bomba nei pressi del cantiere sul fiume Tryweryn.
Molti dei residenti parteciparono ad una marcia che si spinse fino a Londra per protestare. A Londra, un reporter della BBC chiese ad un manifestante perché voleva salvare un villaggio che non era né il più importante né il più bello del Galles. Lui gli rispose: "Ascolta. Mia moglie non sarà la donna più importante del Galles, e neanche la più bella. Ma io la amo! E certamente non la annegherei".
Eurgain Prysor aveva solo tre anni quando gli abitanti di Capel Celyn manifestarono per le strade di Liverpool poco prima di una riunione del consiglio comunale.
Sperando di attirare l'attenzione sulla loro situazione, i manifestanti sfilarono con striscioni con slogan del tipo 'Le vostre case sono salve, salvate le nostre' e 'Non annegate le nostre case'.
Eurgain ha detto: "L'accoglienza che abbiamo avuto è stata terribile. Le persone ci  sputavano addosso e ci lanciavano pomodori marci. Per noi è stata una delusione tremenda.
La gente veniva a vedere il villaggio prima che fosse sommerso e diceva: 'oh, è davvero terribile, state per perdere le vostre case. Dove andrete a vivere?'
Beh, per noi bambini, è stato un momento molto inquietante. Non avevamo la piena consapevolezza di cosa stava succedendo, ma sapevamo che le nostre case,  la nostra cappella, la nostra scuola sarebbero scomparse, e i nostri amici sarebbero andati a stare chissà dove. E' stato un momento molto, molto triste, un vero e proprio trauma, e penso che se fosse successo oggi, avremmo avuto una forma di assistenza psicologica."
La Camera dei Comuni decise (con 166 voti contro 117) di portare avanti il piano nel mese di luglio del 1957.
Ma durante la realizzazione del progetto,  ci fu una forte opposizione da parte degli abitanti del villaggio. David Pritchard e David Walters presero in mano la situazione e nel settembre del 1962 le attrezzature del cantiere furono oggetto di atti vandalici. I due vennero multati di 50 sterline ciascuno.
L'anno successivo Emyr Llewelyn Jones, Owain Williams e John Albert Jones collocarono un ordigno esplosivo alla base di un trasformatore elettrico nel cantiere e l'esplosione causò gravi danni.
Llewelyn e Williams vennero entrambi arrestati e condannati a 12 mesi, mentre Jones fu condannato a  3 anni di libertà vigilata.
Ma era chiaro che in qualche modo il problema della fornitura di acqua a Liverpool doveva essere risolto e, nonostante gli sforzi dei cittadini gallesi e dei rappresentanti locali, la valle di Tryweryn Wales venne allagata nel 1965. L'ufficio postale, la scuola, la cappella, il cimitero e 12 aziende agricole vennero sommersi. 800 acri di terra andarono perduti.
Purtroppo, nonostante il Comune di Liverpool avesse assicurato ai cittadini di Capel Celyn che i corpi dei loro cari sarebbero stati trasferiti in un altro cimitero, solo otto corpi vennero riesumati per essere spostati, su richiesta delle famiglie.
Nel 2005, il consiglio comunale di Liverpool si è ufficialmente scusato per l'allagamento di Tryweryn Wales.
La leggenda narra che ancora oggi dal fondo del bacino si oda di tanto in tanto il suono della campana della cappella del cimitero: sono i defunti che, dalle profondità in cui sono stati abbandonati, ricordano ai mortali la loro presenza.











domenica 13 dicembre 2015

246. I bambini Naramore

Frank Naramore era un famigerato adultero e ubriacone. Si beveva spesso il suo salario prima ancora di fare ritorno nella casa diroccata dove sua moglie, Elizabeth, e i suoi sei figli lo aspettavano in assoluta povertà.
Elizabeth chiese invano aiuto alla famiglia e agli amici. Alla fine, esasperata da quella situazione, si rivolse agli assistenti sociali e sanitari, supervisori dei poveri di Baldwinville, in Massachusetts. Quando visitarono la sua casa nel villaggio ormai defunto di Coldbrook Springs, l'organizzazione socio-sanitaria decise di mettere cinque dei sei bambini  dei Naramore in case-famiglia, mentre Elizabeth e sua figlia di 6 mesi sarebbero state mandate in una misera casa nella città di Holden. Le dissero che sarebbero tornati nel giro di una settimana per attuare quel piano, non sapendo che sarebbe stato troppo tardi.
Il 21 marzo 1901, sconvolta di fronte alla prospettiva di perdere i suoi figli, e forse in preda ad una profonda depressione post-partum, Elizabeth portò i suoi bambini (Ethel Marion, 9 anni; Charles Edward, 7; Walter Craig, 6; Chester Irving, 4; Elizabeth, 3; e Lena Blanche, 6 mesi) uno per uno in cucina e li uccise a colpi di randello e di ascia. Dopodiché, cercò di uccidersi a sua volta, tagliandosi la gola e un'arteria della gamba, ma senza successo.
L'orribile crimine venne scoperto più tardi, quello stesso giorno, da un vicino, che era passato dai Naramore per lasciar loro alcuni generi alimentari.
Elizabeth Naramore confessò i suoi crimini al vicesceriffo Sylvester Bothwell e venne subito  presa in custodia.
Al funerale dei bambini, presieduto dal reverendo Charles Talmage, quest'ultimo si scagliò  contro Frank Naramore e contro la società in generale, responsabili di quella tragedia e di aver lasciato che una famiglia potesse vivere in condizioni di povertà simili.
Al processo, Elizabeth fu accusata solo dell'omicidio della figlia maggiore e venne giudicata non colpevole per infermità mentale. Dopo il processo, Frank Naramore scomparve nel dimenticatoio. Elizabeth fu internata in un ospedale psichiatrico statale, dove trascorse cinque anni prima di essere riconosciuta sana di mente ed essere rilasciata. Anche la sua figura, dopo il rilascio, sbiadì a poco a poco e si perse nel tempo.
Nel cimitero locale di Coldbrook Springs non esisteva una sezione per i poveri e nessuno si era fatto avanti per pagare una sepoltura nella chiesa battista, così i bambini Naramore erano stati sepolti al di fuori del Riverside Cemetery, nella vicina Barre. Le tombe rimasero senza lapidi e le uniche tracce che ne segnalavano la presenza erano le lievi rientranze nei punti in cui erano stati sepolti i bambini. Solo nel 2002, a séguito di alcune donazioni, venne eretta sul posto una lapide in granito.
Oggi, la tomba dei bambini Naramore si trova a destra del Riverside Cemetery, a Barre. Di solito è circondata di giocattoli e piccoli doni. Tuttavia, le loro morti non sono state vane. Come si legge sulla lapide stessa, quegli omicidi portarono a molti dei provvedimenti a protezione del benessere dei minori che esistono oggi.

Sulla lapide si legge:

"Elizabeth Ann Craig e Frank Naramore abitavano nella vicina Coldbrook, dove hanno cresciuto sei figli. Disperatamente povera e temendo la separazione della sua famiglia, Elizabeth uccise i suoi figli, il 21 marzo 1901. Tentò di togliersi la vita, ma non ci riuscì.
Nella sua orazione funebre per i bambini, il Ministro della Barre Congregational Church Charles Talmadge condannò l'atto, e diede la colpa all'incapacità di Frank Naramore  di provvedere correttamente alla sua famiglia e al fallimento della comunità nel prevenire la tragedia.
Elizabeth Naramore venne processata per l'omicidio di sua figlia maggiore e venne riconosciuta non colpevole per infermità mentale. Fu consegnata al Manicomio di Stato di  Worcester, e venne rilasciata cinque anni dopo. Sia Elizabeth che Frank Naramore scomparvero nella società, non se ne seppe più nulla.
Oggi, molte delle leggi del Commonwealth in materia di tutela dei bambini trovano la loro origine nel Caso Naramore.
Giugno 2002"








sabato 5 dicembre 2015

245. Pablo Neruda

Quando Neruda l’avvistò dal mare, in una gita, da Santiago, la casetta era un’umile costruzione di legno di proprietà del marinaio Eladio Sobrino. Don Pablo la comprò, forse sentendo già allora che era lì, di fronte a quel mare, che avrebbe voluto riposare per sempre.
Molti anni dopo, ormai agonizzante, Neruda riflette in una strofa:
«Io torno al mare avvolto dal cielo, il silenzio tra una e l’altra onda introduce un silenzio pericoloso: muore la vita, si acquieta il sangue fino a che il nuovo movimento si infrange e risuona la voce dell’ infinito».
Quasi al termine della sua vita, debilitato dal cancro nell’ambasciata cilena a Parigi, rimpiange colmo di angoscia il mare della sua Isla Negra, perché gli altri mari sono «circondati da città tristi le cui onde non sanno uccidere le onde né caricarsi di sale e di suono».
Quando si trasferisce a Isla Negra, facendone la residenza preferita fra le tre case che possiede in Cile, il suo obiettivo principale è la «gioia», che spera di lasciare come eredità principale: «Non voglio che muoia la mia eredità di gioia».
Tutta la decorazione della sua casa è una celebrazione rituale, variopinta di oggetti, polene, conchiglie, astrolabi, ceramiche, calici, vetri lavorati a sbalzo, quadri, manifesti, costumi, destinati a popolare un mondo dove il poeta giocherà con i suoi oggetti come un bambino con i suoi giocattoli più preziosi. Non mancano i ricordi dell’ infanzia che custodisce gelosamente in ossessioni che riesce a materializzare: c’ è il cavallo blu che quando era piccolo ammirò sulla porta di una selleria a Temuco e che decenni dopo riuscì a trovare, senza la coda, bruciacchiata in un incendio.
Si porta dietro le cose del passato con la febbre di un collezionista: non mette insieme oggetti solo per la bellezza delle loro forme, ma perché hanno segnato e ferito la sua intimità in modo tale da vedere in essi la permanenza del passato nel presente, la garanzia che il tempo fugace si ferma in simboli tangibili. Ecco perché ha il vizio del possesso: non può stare senza le cose. Sono la corte del suo regno di fronte al mare. Ogni oggetto a Isla Negra si porta dietro una leggenda.
Il territorio di Neruda a Isla Negra è una calamita di tempo, di mondo, di universo, di natura. Mescola tutto, ma soprattutto è vicino al mare.
Un giorno torna con un camion portandosi dietro una porta. La moglie Matilde gli chiede disperata: «E dove pensi di metterla?». Neruda: «Costruirò una nuova stanza». Così è cresciuta la casa di Isla Negra fino a diventare quello che è oggi: senza un piano evidente, o forse con un piano segreto. L’ ultima camera che costruisce evoca quasi il guscio delle chiocciole: si avvolge su se stesso. Chiede ai muratori di mettere sul tetto vecchie lamiere, per sentire la pioggia con la stessa violenza della precaria abitazione della sua infanzia.
Niente macchina da scrivere, ma una meticolosa e duttile penna stilografica a inchiostro verde. Neruda, con la sua espansione mondiale, la sua cultura, le sue relazioni, i suoi interventi nella storia il suo premio Nobel, la sua ambasciata in Francia, la gloria di milioni di lettori, optò per il luogo più piccolo del pianeta. Attenzione, però: quando non stava nel vasto mondo, agendo in esso, influenzandolo, intrattenendolo, il vasto mondo veniva da lui. Isla Negra al principio era solo passeggiate sulla spiaggia, discussioni con i dirigenti politici, conversazioni con i commercianti, dialoghi frizzanti con le ricamatrici, le tessitrici di tela da sacchi, ma già prima del Nobel, Isla Negra era il mondo: il luogo più universale del Cile.
Poco più in là della casa del poeta si estendono terreni ancora vuoti, che Neruda comprò per costruire la sua «Camelot»: sarebbe diventata il regno dell’eterna primavera, un luogo utopico dove i poeti sarebbero venuti per lunghi periodi a scrivere, vivere, convivere. Avrebbero avuto le loro stanze, le loro sale da pranzo, le loro sale di lettura. Sicuramente un bar aperto.
Il sogno si chiamava “Cantalao”, e nella nuova democrazia cilena, dopo il pinochettismo, il sogno continua a essere irreale: non è stato realizzato questo semenzaio di immaginazioni progettato da Neruda. “Cantalao” fu il sogno incompiuto di Neruda. Una mano fraterna tesa a colleghi che non potevano contare sulla sua fama, per consentire loro di godere del linguaggio e del frastornante silenzio del mare, pensando che laggiù sarebbero state generate opere importanti quanto quelle elaborate da lui.
Isla Negra è piccola, ma Neruda la moltiplicò per migliaia di volte. Il mondo si è decantato a Isla Negra, e prosegue il turbinoso viavai di centinaia di migliaia di visitatori che vengono qui tutti gli anni. Ad alcuni metri dalla casa c’è la tomba di Neruda e di Matilde, dopo che il poeta fu riscattato dal luogo insignificante a cui i golpisti avevano destinato le sue spoglie.
Durante la dittatura di Pinochet, giovani innamorati scrissero sulle assi di legno della cancellata del suo giardino parole di affetto verso il poeta assente; lì erano entrati anche i militari il giorno del golpe, mitraglietta in mano, per profanare la casa del poeta agonizzante. Nulla forse precisa meglio il carattere incommensurabile della piccola Isla Negra di don Pablo del graffito di quel genio anonimo che ha scritto sopra la sua porta: “Neruda non è cileno, il Cile è nerudiano”.
Oggi, nel giardino si trova una piccola barchetta, un campanile, una fontana e anche la tomba di Pablo Neruda, accanto alla moglie Matilde Urrutia, che riposano guardando verso il mare.
Ricardo Eliécer Reyes Basoalto, alias Pablo Neruda, nacque a Parral, in Cile, il 12 luglio del 1904. Era figlio di un impiegato delle ferrovie, José del Carmen Reyes Morales, e di un'insegnante, Rosa Neftalí Basoalto Opazo, un'insegnante. La madre morì di tubercolosi quando Pablo aveva appena un mese. Nel 1906, all'età di due anni, il futuro poeta si trasferì nella città di Temuco, dove il padre convolò a nozze con Trinidad Candia Marverde (una donna che il giovane Pablo soleva chiamare "Mamadre" e a cui dedicò anche alcune poesie), già madre di un figlio di nove anni più grande di Pablo, Rodolfo. Con la nuova moglie, il padre ebbe una figlia, Laurita. Sia il padre sia la matrigna moriranno nel 1938.
L'interesse che Neruda (a cui il padre aggiunse all'anagrafe il nome Neftalí, dal secondo nome della madre defunta) dimostrò per la scrittura e la letteratura fu avversato dal padre, ma incoraggiato dalla futura vincitrice del Premio Nobel Gabriela Mistral, che fu sua insegnante durante il periodo di formazione scolastica. Il suo primo lavoro ufficiale come scrittore fu l'articolo "Entusiasmo y perseverancia", pubblicato ad appena 13 anni sul giornale locale, "La Mañana", diretto dallo zio adottivo.
Fu nel 1920 che iniziò ad utilizzare per le sue pubblicazioni lo pseudonimo di Pablo Neruda, in omaggio a Jan Neruda, in modo da poter scrivere poesie senza che il padre (il quale riteneva quest'arte un'attività poco "rispettabile") lo scoprisse. Nel 1921, si trasferì a Santiago per studiare il francese e diventare insegnante, idea ben presto abbandonata per la poesia.
Nel 1923 pubblicò il suo primo volume in versi, "Crepusculario", seguito a distanza di un anno da "Veinte poemas de amor y una canción desesperada", una raccolta di poesie d'amore in stile modernista ed erotico, motivo che spinse alcuni editori a rifiutarla.
Grazie a queste due opere venne acclamato e tradotto in alcuni paesi stranieri: tuttora esse sono tra le sue opere maggiormente apprezzate.
Nel 1927, Neruda si ritrovò in una condizione di povertà tale da costringerlo ad accettare l'incarico di console onorario nel Sudest asiatico, in Birmania. Sull'isola di Giava, sposò la banchiera olandese Maryka Antonieta Hagenaar Vogelzang. Durante i numerosi incarichi diplomatici che seguirono, Neruda riuscì a comporre un gran numero di poesie.
Prima di ritornare in Cile, ottenne altre destinazioni diplomatiche, dapprima a Buenos Aires, quindi in Spagna, a Barcellona, dove in seguito sostituì Gabriela Mistral nella carica di console a Madrid. Durante la permanenza nella capitale spagnola nacque la figlia Malva Marina Trinidad, che morì a soli 8 anni a causa di una idroencefalite. Sarà proprio lo stato provocato dall'incurabilità dell'unica figlia che porterà ai dissapori e alla crisi familiare con la Hagenaar. Neruda cominciò a frequentare Delia del Carril, un'argentina di vent'anni più anziana di lui, che diverrà la sua seconda moglie. Appassionata fautrice del comunismo, fu lei ad indirizzare l'iniziale tendenza anarco-individualista di Neruda verso gli ideali marxisti.
Tra il 1940 e il 1943 gli venne assegnato l'incarico di console generale a Città del Messico e fu in questi anni che divorziò dalla prima moglie e si sposò con Delia del Carril.
Il 4 marzo 1945 ottenne la sua prima nomina ufficiale come senatore indipendente, in seno al Partito comunista delle province nordorientali del Cile di Antofagasta e Tarapacá, situate nell'inospitale deserto di Atacama, e pochi mesi dopo prese la tessera del Partito Comunista del Cile. L'anno seguente, il candidato ufficiale del Partito Radicale per le elezioni presidenziali, Gabriel González Videla, gli chiese di assumere la direzione della sua campagna elettorale: a questo incarico il poeta si dedicò con fervore, contribuendo alla sua nomina a presidente, ma rimanendo deluso per l'inaspettato voltafaccia di Videla nei confronti proprio del Partito comunista subito dopo le elezioni.
Il punto di non ritorno nel rapporto tra il poeta e il politico fu la violenta repressione con cui quest'ultimo colpì i minatori in sciopero nella regione di Bío-Bío, a Lota, dell'ottobre 1947: i manifestanti vennero imprigionati in carceri militari e in campi di concentramento nei pressi della città di Pisagua. La disapprovazione di Neruda culminò nel drammatico discorso del 6 gennaio 1948 davanti al senato cileno, chiamato in seguito "Yo acuso", in cui lesse all'assemblea l'elenco dei minatori tenuti prigionieri. Il governo Videla si era rapidamente trasformato in un governo autoritario, da cui Neruda prese completamente le distanze.
La reazione di Videla fu l'emanazione di un ordine d'arresto contro Neruda, per sottrarsi al quale il poeta si vide costretto ad intraprendere una fuga durata ben 13 mesi, nascosto da amici e compagni. Inoltre, Videla promulgò anche la cosiddetta "Ley de Defensa Permenente de la Democracia" (dai detrattori soprannominata invece "Ley maldita"), in base alla quale il Partito Comunista del Cile venne dichiarato fuorilegge e oltre 26.000 iscritti vennero cancellati dalle liste elettorali, e i rappresentanti eletti, tra cui Neruda, vennero fatti decadere dalle cariche. Nel marzo 1949, Neruda riuscì a rifugiarsi in Argentina, sotto il governo di Juan Domingo Perón, dopo un'avventurosa attraversata delle Ande.
Durante l'esilio argentino, durato tre anni, conobbe a Buenos Aires Miguel Ángel Asturias, che ricopriva la carica di addetto culturale per il Guatemala e che riuscì a procurargli un passaporto grazie al quale poté abbandonare l'Argentina. Anche grazie all'aiuto di Pablo Picasso, Neruda riuscì ad arrivare a Parigi, compiendo un'apparizione a sorpresa al "Congresso Mondiale dei Partigiani della Pace", clamorosa in quanto, nel frattempo il governo cileno aveva continuato a negare che Neruda avesse lasciato il territorio natìo. Quelli dell'esilio furono anni di numerosi viaggi: in Europa, India, Cina, URSS e Messico.
Proprio in Messico, Neruda fu colpito da un serio attacco di flebite, strascico delle lunghe costrizioni in luoghi molto angusti cui l'aveva obbligato la latitanza; durante il periodo di cure, conobbe Matilde Urrutia, una cantante cilena, con cui iniziò una relazione e che anni dopo sposò.
Nel 1952, Neruda visse per un periodo in una villa messagli a disposizione da Edwin Cerio a Capri; tale permanenza venne in seguito rappresentata da Massimo Troisi nel film "Il postino" . Dopo il soggiorno a Capri, Neruda si spostò a Sant'Angelo d'Ischia, dove rimase da gennaio alla fine di giugno del 1952.
Nel 1952, il governo del dittatore Videla era ormai al termine, colpito anche da numerosi scandali per corruzione, e il Partito Socialista presentò la candidatura a nuovo presidente di Salvador Allende, richiedendo contemporaneamente la presenza in patria del suo letterato più illustre. Neruda tornò in Cile in agosto, ritrovando la moglie Delia del Carril, ma il matrimonio era ormai destinato al naufragio, grazie anche alla nuova relazione iniziata in Messico. Ottenuto il divorzio, sposò quindi la terza e ultima moglie, Matilda Urrutia.
Di conseguenza, nel 1955, Delia lo lasciò per fare ritorno in Europa. Tuttavia, l'abbandono di Delia non determinò per Neruda quello dell'impegno comunista: il poeta proseguì nella sua attività politica, prendendo ad esempio posizione contro gli Stati Uniti durante la crisi dei missili di Cuba (Neruda aveva sostenuto la rivoluzione cubana di Fidel Castro) e la guerra del Vietnam. Ciò gli attirò gli strali delle parti più conservatrici degli USA, e l'Associazione per la libertà della cultura, organizzazione dietro la quale in realtà si celava la CIA, cercò di minare in ogni modo la sua credibilità e la sua reputazione.
Questa campagna fu frenata solo nel 1964, quando fu ventilata l'ipotesi di insignire Neruda del Premio Nobel e l'unica candidatura alternativa era quella di Jean-Paul Sartre, personaggio ancora più inviso ai conservatori statunitensi (poi effettivamente premiato, anche se rifiutò di ritirare il Premio). Nel 1966 Neruda fu invitato a New York per una conferenza internazionale dell'associazione degli scrittori, ma Arthur Miller, organizzatore dell'evento, incontrò molte difficoltà e dovette fare notevoli pressioni sull'amministrazione Johnson sia per riuscire a fargli ottenere un visto, sia per la presenza di tanti altri letterati provenienti da oltre la cortina di ferro.
Proprio per questi motivi, lo scrittore messicano Carlos Fuentes indicò successivamente il convegno come uno dei primi passi verso la fine della Guerra Fredda. Durante il viaggio di ritorno in patria, Neruda fece una sosta in Perù, dove fu accolto con tutti gli onori dal presidente Fernando Belaúnde Terry, ma la visita fu mal vista da Cuba: in quegli anni i rapporti tra Perù e Cuba erano alquanto tesi a causa delle differenze politiche e Neruda fu accusato dagli intellettuali cubani di essere un revisionista al soldo degli Yankees e non poté recarsi sull'isola caraibica sino al 1968.
Di ciò Neruda fu molto dispiaciuto, tanto che nell'autobiografia "Confesso che ho vissuto" criticò l'atteggiamento degli intellettuali cubani, definendolo «bigotto» ed un «colpo alla schiena». Nel 1967, alla morte di Ernesto Che Guevara in Bolivia, Neruda scrisse molti articoli sulla perdita del "grande eroe della rivoluzione", dalla cui stima era del resto ricambiato, come testimonia la composizione, da parte di Guevara, di un piccolo saggio elogiativo sul libro di Neruda "Canto General".
Nel 1970, Neruda fu indicato come uno dei candidati alla carica di Presidente della Repubblica cilena, e scelto poi come candidato ufficiale del PCC, ma si ritirò dalla competizione elettorale appoggiando nuovamente Allende e aiutandolo a divenire il primo presidente socialista democraticamente eletto in Cile e in America Latina. Per circa due anni e mezzo (1970-1972) riprese allora la carriera diplomatica presso la sede di Parigi, nominato da Allende ambasciatore del Cile, carica che segnò il culmine della sua attività politica ma che dovette lasciare presto per il tumore alla prostata di cui soffriva.
Il 21 ottobre 1971, ottenne, terzo scrittore dell'America Latina dopo Gabriela Mistral nel 1945 e Miguel Ángel Asturias nel 1967, il Premio Nobel per la letteratura. Al suo primo ritorno in patria, l'anno successivo, venne trionfalmente accolto in una manifestazione presso lo stadio di Santiago. Di questi anni sono anche le sue ultime pubblicazioni in vita, "La espada encendida" e "Las piedras del cielo", edite durante il soggiorno parigino.
Prima di morire assistette al disfacimento del governo democratico cileno e al colpo di Stato del generale Augusto Pinochet dell'11 settembre, nonché alla morte del presidente Allende, suo amico personale, suicida durante l'assalto al palazzo della Moneda. Insediatasi la dittatura, i militari cominciarono a vessarlo con le perquisizioni ordinate dal generale golpista; durante una di queste, Neruda avrebbe detto ai militari:
«Guardatevi in giro, c'è una sola forma di pericolo per voi qui: la poesia».
Mentre attendeva di poter espatriare in Messico, il poeta si aggravò e venne ricoverato in una clinica di Santiago il 19 settembre. Morì il 23 settembre 1973, ufficialmente per il cancro alla prostata, ma forse, secondo la recente testimonianza del suo autista e guardia del corpo, assassinato per volontà di Pinochet nella clinica Santa Maria a Santiago (la stessa nella quale, il 22 gennaio 1982, fu assassinato il democristiano Eduardo Frei Montalva) mediante una misteriosa iniezione.
Neruda terminò l'ultima poesia forse il giorno prima della morte: intitolata "I satrapi", è un attacco diretto, rabbioso e senza mezzi termini contro Pinochet, Richard Nixon (già preso di mira come "malvagio... genocida della Casa Bianca" nel poema "Incitamento al nixonicidio") e altri politici come Frei Montalva e il dittatore uruguaiano Juan María Bordaberry.
Il suo funerale fu uno dei primissimi momenti di opposizione alla dittatura, poiché avvenne nonostante la presenza ostile e intimidatoria dei militari a mitra spianato che guardavano a vista i partecipanti, come testimonia un filmato clandestino girato all'epoca. Molti dei partecipanti inneggiarono ad Allende, ma i soldati non osarono intervenire; comunque, parecchi tra i presenti finirono poi desaparecidos o furono arrestati in seguito. Fu, inoltre, un gesto di solidarietà e di ribellione contro l'ultimo sfregio nei confronti di Neruda, compiuto mentre giaceva nel letto d'ospedale: la devastazione, sempre per ordine di Pinochet, delle sue proprietà. La morte e le esequie di Neruda, chiamato nel libro "il Poeta", sono ricordate da Isabel Allende nell'ultima parte del romanzo "La casa degli spiriti". L'autrice era difatti presente alla cerimonia.
L'ultima moglie pubblicò postuma l'autobiografia su cui Neruda aveva lavorato sino al giorno prima di morire, suscitando il risentimento di Pinochet per le dure critiche contro la brutalità della dittatura. Anche di Matilde Urrutia venne pubblicata, nel 1986, un'autobiografia sul periodo trascorso con Neruda, dal titolo "Mi vida junto a Pablo Neruda"; in Cile, le opere di Neruda vennero riabilitate e rimesse in commercio nel 1990, dopo la caduta della dittatura. Le tre abitazioni possedute da Neruda in Cile, La Chascona a Santiago, La Sebastiana a Valparaiso, e la Casa de Isla Negra a El Quisco sono oggi musei, gestiti dalla Fondazione Neruda. Nel 1992, le salme di Neruda e della moglie furono esumate dal cimitero di Santiago e sepolte nel giardino della Isla Negra.

« Ma perché chiedo silenzio / non crediate che io muoia:
mi accade tutto il contrario: / accade che sto per vivere. »

La salma di Neruda è stata riesumata dopo 40 anni dalla morte (all'inizio la Fondazione Neruda si oppose), l'8 aprile 2013 con l'obiettivo di chiarire il mistero sulla sua morte, cioè se fosse avvenuta per cause naturali o se si fosse trattato di un omicidio. Lo ha disposto il Giudice cileno Mario Carroza nell'ambito dell'inchiesta basata sulle accuse di Manuel Araya, autista del poeta, secondo il quale Neruda fu ucciso con un'iniezione letale durante il ricovero nell'ospedale di Santiago, e su richiesta dei nipoti di Neruda. L'ipotesi è stata per il momento smentita dal referto sugli esami radiologici e istologici effettuati sulla salma nei quali si evidenzia, come era noto già all'epoca, lo stato molto avanzato del suo tumore alla prostata.
I sostenitori della tesi dell'assassinio, basandosi sulle testimonianze dell'epoca, affermano che Neruda non era in fin di vita, nonostante fosse gravemente malato, e che Pinochet avrebbe ordinato ad un sicario, un agente segreto della CIA collegato anche ad ambienti del neofascismo, Michael Townley, di accelerarne la morte con una non ben definita "iniezione allo stomaco" (secondo le parole di Neruda stesso all'autista, che raccontò che un medico era entrato e gli aveva praticato l'iniezione; il giorno dopo le sue condizioni peggiorarono improvvisamente e morì, prima della partenza per il nuovo esilio), per evitare che diventasse un leader dell'opposizione all'estero. Il giudice Carroza ha ordinato, sempre nel 2013, di rintracciare ed identificare il presunto killer di Neruda, che però vive con un falso nome negli USA, sotto il programma di protezione testimoni dell'FBI in una località segreta.
Anche la moglie riferì dell'allarme di Neruda per la misteriosa iniezione: mentre Matilde Urrutia era in viaggio con Araya verso la Isla Negra per recuperare le ultime cose prima di partire per il Messico, verso le ore 16 ricevettero una telefonata di Neruda dall'ospedale. Il poeta chiese di tornare indietro perché era molto preoccupato, poiché «mentre dormiva nella sua camera della clinica alcune persone erano entrate e gli avevano iniettato qualcosa nell’addome». Disse che "si sentiva male", secondo le parole riportate da Araya. Quando l’autista e la moglie arrivarono a Santiago, trovarono il poeta, che prima era indebolito ma comunque in discrete condizioni, con un'improvvisa febbre. Neruda mostrava segni di arrossamento dove gli era stata praticata l'iniezione ma il dottor Sergio Drapper affermò che erano calmanti e antidolorifici. Drapper sostenne poi che l'iniezione fu praticata da un certo dottor Price; ne fornì un identikit, coincidente con l'aspetto fisico di Michael Townley, che egli non aveva mai conosciuto sotto questo nome.
Anche l'infermiera di Neruda, citando voci di corridoio della clinica, sostiene la tesi dell'omicidio. Uscito, alle ore 19, per andare a comprare un medicinale in una farmacia periferica (dove il medico aveva indirizzato Araya), l'autista fu intercettato e fermato dai militari per un controllo e poche ore dopo (alle 22 circa) Neruda fu dichiarato morto dai medici della clinica. La moglie di Neruda rimase nella clinica, ma Araya fu arrestato e torturato per dieci giorni nel campo di concentramento dell'Estadio Nacional de Chile. Ritenendo di non essere creduto, decide di parlare solo dopo la clamorosa scoperta dell'omicidio di Eduardo Frei Montalva (1982), avvenuta nel 2005.
Come causa di morte del poeta vennero indicate tre motivazioni, in altrettante copie del certificato: tumore, insufficienza cardiaca (come conseguenza della malattia), cachessia (senza nominare il tumore), mentre le cartelle cliniche della struttura dove morì e dell'Ospedale Tedesco, dove effettuava altre cure, risultarono sparite, come i registri dei medici di turno nei giorni prossimi alla sua morte.
Nel novembre 2013 il direttore del servizio medico legale cileno, Patricio Bustos, ha fatto analizzare la salma di Neruda concludendo che il poeta è morto a causa di un tumore alla prostata, il cui decorso fu forse accelerato dallo stress emozionale dei giorni del golpe.
Nessuna sostanza velenosa è stata rintracciata nel corpo, se non tracce dei medicinali e degli antidolorofici assunti per contrastare il cancro, mentre nelle ossa erano presenti molte metastasi. Gli avvocati del nipote del poeta contestano le diverse cause di decesso riportate in tre copie del certificato di morte, e affermano che non tutte le sostanze e i metodi, come il gas sarin (che Townley affermò essere stato usato in alcuni omicidi politici fatti passare per suicidi o morti naturali) o alcune tossine come quella botulinica; secondo Townley tossine usate per uccidere l'ex Presidente cileno Eduardo Frei Montalva, nel cui corpo furono trovati residui di tallio e gas mostarda; quest'ultimo gas, noto anche come iprite, è un agente vescicante e ustionante per contatto, usato come arma chimica e che accelera il diffondersi di infezioni, danneggiando anche il sistema immunitario per leucopenia; difficili da rilevare sono anche il polonio-210, iniezioni di aria che causano embolia, overdose di morfina. Alcuni non lasciano tracce dopo così tanto tempo e talvolta possono essere mascherati da farmaci.
Sia i nipoti che il Partito Comunista Cileno, nel gennaio 2015, hanno ottenuto un supplemento di inchiesta e la riapertura dell'indagine, con nuovi esami scientifici sui reperti biologici prelevati dalla salma nel 2013, onde ricercare specifiche sostanze chimiche o metalli pesanti, letali in breve tempo in un organismo debilitato.
Nel maggio 2015 un team spagnolo ha annunciato il ritrovamento di proteine anomale nelle ossa di Neruda, alcune legate al cancro e altre a un'infezione improvvisa da Staphylococcus aureus; anche se tali infezioni sono fortemente possibili in ospedale e in pazienti gravemente malati, un'esplosione batterica così veloce dopo il ricovero e la suddetta iniezione, tale da portare Neruda alla morte in poche ore, potrebbe far sospettare un intervento esterno per favorire l'infezione, come la detta iprite le cui tracce scompaiono dopo pochi anni. I medici spagnoli conclusero dicendo che ciò potrebbe essere verosimile, anche se non può essere né dimostrato né escluso. L'indagine è stata così archiviata.












giovedì 10 settembre 2015

244. Una tragedia di casa nostra

Reneuzzi è un paese abbandonato nell’appennino piemontese, in provincia di Alessandria. Situato ad oltre mille metri sul livello del mare, Reneuzzi è probabilmente uno dei paesi più isolati dell’intera penisola: non è collegato ad altri paesi tramite strade carrabili e l’unico modo per accedervi è un sentiero che da Vegni, situato ad un’ora di auto da Novi Ligure, porta al paese di Reneuzzi dopo due ore di cammino. Senza acqua corrente né elettricità, è inutile dire che il paese non è più abitato: dal 1961 qui non vi è più anima viva. Ora, questa storia è comune ad altri borghi montani e non ci sarebbe altro da analizzare se non il malinconico e inevitabile abbandono della montagna. Ma qui c’è qualcosa di diverso. Il paese non muore da solo, agonizzando lentamente tra partenze e vecchiaie. No, questa volta si porta con sé due vite e una storia d’amore e follia.
Chi giunge a Reneuzzi viene presto incuriosito dal piccolissimo cimitero della frazione. In un recinto di cinque metri per tre, si trovano una dozzina di tombe ormai illeggibili, la cui datazione va dall’inizio del XX secolo al 1954. Poi, vi è una tomba meglio conservata di altre. Ha una bizzarra forma a casetta e appare sproporzionata rispetto alle dimensioni del cimitero. In basso c’è una lapide con una scritta:

"Bellomo Davide, 12-5-1930  22-9-1961, papà e mamma dolenti".

E’ l’ultimo abitante, morto a 31 anni.
Siamo nel 1961, l’Italia corre verso il boom economico, le città brulicano di vita e nuovi quartieri spuntano ovunque, là dove prima c’era la campagna. Per un’Italia che cresce, un’altra arranca. La montagna si spopola e invecchia: gli anziani e i pochissimi giovani rimasti salutano ogni giorno qualcuno che se ne va, le porte si chiudono e nella maggior parte dei casi non verranno mai riaperte. Sono anni spietati per i paesi isolati, le curve demografiche precipitano. Reneuzzi paga una situazione anche peggiore di altri centri. Niente acqua, niente elettricità, niente terra e pochi pascoli. Mentre Milano esplode di luce, duecento chilometri più a sud c’è ancora chi vive senza lampadina e rubinetto. Estremi di un paese in fase di modernizzazione incompleta. A Reneuzzi se ne sono andati quasi tutti già nel primo dopoguerra. In quell’estate del 1961, nel paese non è rimasto che Davide Bellomo. Davide è fidanzato con Maria Franco (detta Mariuccia), ventenne di Ferrazza, paesino non lontano da Reneuzzi e in uguali condizioni di isolamento e conseguente spopolamento (oggi è anch’esso disabitato da molti anni). E’ una storia tormentata: i due sono cugini e la famiglia di lei, una delle ultime rimaste a Ferrazza, non vede di buon occhio la coppia. Un giorno di settembre, Maria comunica a Davide che se ne andrà con la famiglia in un paese del genovese, in cerca di lavoro e di una vita migliore. Davide non ci sta. Ha visto partire tutti gli amici di infanzia, morire gli anziani. E' rimasto solo, senza sapere dove andare. Non conosce il mondo al di fuori della sua montagna.
Da un articolo dell’epoca si legge:
“La ragazza, che in un primo tempo sembrò corrisponderlo, aveva poi respinto l’innamorato. Gli stessi genitori di lei erano contrari alla relazione, considerando gli stretti legami di parentela fra i due giovani. Il contadino non aveva saputo mai darsi pace e quando apprese che la famiglia della ragazza si sarebbe trasferita era passato alle minacce: ‘se parti, piuttosto ti sparo’ le disse un giorno. Così la mattina del 22 settembre scorso [1961] mentre la famiglia di Maria transitava, attese la ragazza che procedeva distanziata dai genitori. Nascosto dietro un cespuglio, quando Maria gli passò a pochi metri sparò due colpi con una vecchia rivoltella, un ricordo che il padre aveva portato dall’America. I colpi raggiunsero di striscio alla nuca la ragazza che trovò ancora la forza di fuggire per circa duecento metri, rifugiandosi in una baita in località. Il delitto venne scoperto due ore dopo e più nessuno vide l’assassino.”
“Ieri [16 ottobre] un contadino di Reneuzzi ha scoperto il cadavere di Davide Bellomo. Il contadino quasi quotidianamente si reca col suo cavallo da Reneuzzi a Vegni e da due giorni notava che transitando in un tratto di sentiero incassato fra la roccia l’animale scalpitava e nitriva. Ieri pomeriggio, attratto anche da uno sgradevole odore, volle vederci chiaro e compì una battuta nella zona. Ad una cinquantina di metri dalla mulattiera, dietro un cespuglio, scoprì il cadavere che giaceva supino; la rivoltella era a poca distanza dalla mano destra. Oggi il cadavere è stato trasportato al cimitero di Vegni, dove domattina si recherà accompagnato da un medico, il Pretore di Serravalle Scrivia per le constatazioni di legge. È fuor di dubbio che il giovane si sia sparato con la stessa arma usata per uccidere Maria, e con ogni probabilità ha posto fine ai suoi giorni poco dopo il delitto, sconvolto forse dal suo folle gesto.”
Sei è il numero di colpi confermati dalla perizia necroscopica, avvenuti in località Arvecchia.
Altre fonti parlano di colpi di roncola, anche se la fonte più attendibile è l’articolo citato, tratto da La Stampa del 17 ottobre 1961, nella parte della cronaca del Basso Piemonte.
Nei giorni successivi il delitto, sembra che l’ombra dell’omicida abbia continuato a terrorizzare gli ultimi abitanti di Ferrazza (perché a Reneuzzi non era rimasto più nessuno), invitandoli a lasciare quel luogo maledetto.
E così, con il suo suicidio, Davide conclude anche la storia di Reneuzzi. La famiglia di Maria se ne andrà da Ferrazza e anche quest’ultimo paese saluterà la civiltà. Mariuccia  verrà sepolta nel cimitero di Casella, a Genova.
Di Reneuzzi parla il libro Sono partiti tutti di Giovanna Meriana e il documentario Case abbandonate di Alessandro Scillitani e Mirella Gazzotti.
E’ una storia di isolamento sociale, di disagio psichico e imbruttimento dovuto all’abbandono e, forse, all’ignoranza. E’ la storia di Davide e Maria, nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Se fossero nati cento anni prima, la loro vita non sarebbe stata meno grama, ma avrebbero comunque vissuto una realtà diversa. Invece nacquero alla fine di un’era e  furono travolti dal cambiamento. Altrove si iniziava a vivere bene, a circondarsi di agi e sorridere alla vita. Sulle montagne della val Borbera si subiva invece lo stato depressivo causato dalla fine di una civiltà. Chi visse quegli anni in quei posti, che la storia stava tagliando come una spesa inutile, dovette abbandonare quella vita o rimanerne imprigionato.
Ma quel mondo non va dimenticato. Dimenticarlo significherebbe impoverire la nostra vita. Molti di noi discendono probabilmente da persone che vissero in luoghi come Reneuzzi, uomini e donne che se ne andarono in cerca di una vita migliore. Dimenticare quella storia è dimenticare la loro storia. La nostra. Quando un paese viene lasciato a morire, trascina con sé la storia degli uomini e delle donne che vi vissero. Le case crollano, ma non è il peso della storia a sfondare i tetti. E’ la dimenticanza.





243. Angry Betty

Elizabeth Anne Bisceglie, detta Betty, nasce nello Stato di New York il 7 novembre del 1947. Terza di sei figli, proveniente da una cattolicissima famiglia di imprenditori, Betty si laurea in inglese ma il suo sogno è quello di divenire moglie e madre. E quel sogno sembra trovare una sua completa e rassicurante realizzazione nella distinta persona di Dan Broderick, compagno d'università, anche lui cattolico e di famiglia numerosa. Dan ha la faccia pulita e gran voglia di impegnarsi e diventare qualcuno. Betty sposa questo ragazzo di belle speranze, laureando in medicina, nel 1969: è l'inizio della vita di una famiglia (Betty e Dan avranno quattro figli, due maschi e due femmine), ma sopratutto di un sodalizio, di un lavoro di squadra che -secondo le solide convinzioni di Betty- durerà tutta la vita. All'inizio della loro vita matrimoniale, Betty e Dan non hanno molto. Una volta conseguita la sudata laurea in medicina, il padre di Dan ritiene di averlo sostenuto a sufficienza dal punto di vista economico e considera dunque "terminato" il suo compito genitoriale. Dan, però, non vuole smettere di studiare. Da uomo straordinariamente dotato ed intelligente qual è, egli comprende che combinare la sua formazione medica con una laurea in legge sarebbe proprio un gran colpo di genio. Pertanto, il neo dottore in medicina si iscrive alla facoltà di legge di Harvard per divenire anche dottore in legge ed agguantare, finalmente, il successo.
Betty, da moglie solidale, appoggia pienamente il marito e comincia per lei un periodo ancor più duro. Dopo la prima figlia Kim , nasceranno altri tre figli (una femmina, Lee,  e due maschi, Daniel junior e Rhett) su un totale di nove, difficili gravidanze. Betty si occupa dei figli praticamente da sola, affinchè il marito possa studiare a tempo pieno. E lavora, solo lei, affinché il marito non sottragga ore preziose ai libri. Betty è insegnante, bambinaia per i vicini e molto altro: tutto perché Dan possa avere successo e la famiglia non anneghi nei debiti. Betty è una donna che ha sposato non solo suo marito, ma anche la di lui ambizione, e per essa si sacrifica, fino in fondo. Dopotutto, sono una squadra.
All'inizio degli anni Ottanta, Dan -ormai laureato- è un avvocato di successo specializzato in casi di malasanità. Aveva avuto una giusta intuizione: il fatto di essere, contemporaneamente, medico ed avvocato si rivela una carta vincente e lo aiuta nella carriera. Non gli ci vorrà molto per farsi un nome nella comunità legale di San Diego.
E Betty? Che ne è stato della super moglie/mamma che si giostrava tra cinque lavori e quattro figli per consentire al marito di studiare?
Betty guarda con piacere la scalata del marito, il quale ricorre addirittura alla rinoplastica per migliorare la sua immagine. Già, l'immagine. L'immagine è tutto e Betty lo impara presto. Ha smesso di barcamenarsi tra mille mestieri e può finalmente essere solo madre e moglie, accompagnando il marito al country club, in vacanza nel loro chalet di montangna, in viaggio in Europa e dovunque vada la gente che conta.
Betty non si è però resa conto di una cosa: si è ormai identificata totalmente col marito e con la sua carriera, dipende finanziariamente da lui e, in breve, ha praticamente perso se stessa. Il glamour della vita mondana e il luccichio dei gioielli costosi nascondono una realtà familiare che comincia, inesorabilmente, a manifestare le prime crepe. Dan e Betty litigano spesso e quei diverbi sono tutt'altro che glamour. Volano parole pesanti e, talvolta, anche oggetti. Nel 1983  il già traballante ménage dei Broderick ha una nuova decisiva scossa: Dan assume come sua assistente personale la ventunenne Linda Kolkena, ex hostess, bionda, bella, ma sopratutto giovane e spumeggiante. Betty sin da subito vede nella giovane segretaria una rivale, una sua sostituta più giovane. Allora Betty corre ai ripari: perde peso, cerca di eliminare le rughe. Da donna pratica e intelligente qual è, sa che la rivale ha dalla sua l'affilatissima arma della giovinezza. Dan, da parte sua, nega di avere un qualsiasi interesse per Linda e giustifica le sempre più lunghe giornate di lavoro con la necessità di guadagnare e mantenere l'alto tenore di vita della famiglia.
Il 22 Novembre 1983, giorno del trentanovesimo compleanno del marito, la sospettosa Betty decide di giocare la carta della sorpresa romantica: armata di rose rosse e champagne, fa una sorpresa in ufficio al marito. La sorpresa però la riceve lei ed è decisamente amara: suo marito non è in ufficio, le spiegano, perché è uscito con la segretaria. In ufficio ci sono pure i resti di un party privato: due bicchieri di vino, quel che resta di una torta di compleanno.
Betty decide allora di attendere il marito in ufficio, per sfogare tutta la sua rabbia e delusione. Ma Dan, quel giorno fatidico, non torna affatto in ufficio. La reazione di Betty non si fa attendere: tornata a casa, la donna prende gli abiti sartoriali del marito e gli dà fuoco.
Dan, nonostante tutto, continua a negare. Sua moglie è pazza: tra lui e la sua segretaria non c'è nulla. Mentre continua a negare le sempre più evidenti infedeltà, Dan non nasconde più il suo disprezzo: Betty è grassa, stupida, noiosa. Sono due anni di inferno per Betty, la quale si attacca disperatamente a quel matrimonio, che ormai rappresenta la sua identità, ma soffre il distacco sempre crescente del marito. Nel 1985, Dan lascia la moglie e i figli e va a vivere per conto suo. In un altro attacco di cieca furia, Betty carica in auto i quattro figli e li lascia piangenti davanti al portone chiuso della nuova casa paterna. In questo modo, la donna vuole infliggere al marito quella che crede essere una punizione terribile per un uomo in carriera: la condizione di padre "single". In questo modo, pensa Betty, il marito capirà cosa significa gestire una famiglia e tornerà ad apprezzarla. Ma le cose non vanno proprio così. Dan non si perde d'animo: si organizza, assume una baby sitter e decide di non restituire i figli alla moglie.  Di lí a poco, l'uomo chiederà il divorzio, ammettendo di avere da anni una relazione con la segretaria Linda, e vende la casa di famiglia senza interpellare Betty. La donna, di fronte al rifiuto del marito di discutere con lei della cosa, sfonda con l'auto le mura della nuova lussuosa casa di Dan. Da bravo avvocato, esperto di psicologia qual è, Dan ha saputo ridurre alla disperazione la fragile moglie e non perde occasione di mostrare la pericolosità della consorte. Betty, dal canto suo, comincia a lasciare isterici messaggi sulla segreteria del marito: gli insulti, le volgarità dirette al marito e alla nuova fiamma di lui si sprecano. Dan allora comincia a "multarla": per ogni telefonata minatoria, lui le detrae soldi dall'assegno di mantenimento. Nel 1986, Dan Broderick torna un uomo libero: ottiene il divorzio e la custodia dei quattro figli. Solo nel 1988 però si finalizza un accordo economico, con Betty che si rappresenta da sola in tribunale perché, dice, il suo ex marito è troppo influente nella comunità di San Diego e nessuno vuole assumere il suo caso. L'accordo finale prevede un mantenimento per Betty di 16mila dollari al mese sino a quando non si risposerà. Una cifra molto elevata, ma che non soddisfa Betty, dato che l'ex marito guadagna più di centomila dollari al mese. Dopotutto, se lui si è costruito una professione ed un lavoro, lo deve anche agli sforzi della ormai ex moglie, che pochi mesi dopo la finalizzazione del divorzio (ottenuto il 30 gennaio 1989), acquista una pistola Smith & Wesson.
Un segnale preoccupante, che si aggiunge agli atteggiamenti persecutori e alle telefonate minatorie di Betty. É chiaro che l'ex signora Broderick è pericolosamente livida di rabbia, rabbia che le nozze tra Dan e Linda non fanno che esasperare.
La notte del 5 Novembre 1989, 2 giorni prima del suo 42° compleanno, Betty perde il controllo. Una volta per tutte.  Rubate le chiavi di casa alla figlia Lee, Betty si introduce nella casa che l'ex marito divide con la nuova moglie. Silenziosamente, sale le scale e si introduce nella camera da letto padronale. Qui, Betty fa fuoco ben cinque volte: due proiettili colpiscono Linda alla testa e al petto, uccidendola all'istante; un proiettile colpisce al petto Dan, che viene ritrovato sul pavimento con un braccio proteso nel tentativo di raggiungere il telefono. Dan aveva 44 anni. Linda 28.
Convinta dalle figlie a costituirsi, Betty non mostra segni di pentimento. Dal carcere, la donna comincia a tessere la tela di una campagna mediatica che in breve susciterà un clamore nazionale. Betty è molto abile nel fare della sua vicenda privata una parabola pubblica e mediatica sulla condizione della donna. Sempre pronta a sacrificarsi per i figli, il marito  e l'unità della famiglia, spesso la donna non solo non ha alcun riconoscimento, ma anzi, viene disprezzata, maltrattata e tradita. Ovviamente, centinaia di donne si identificano con Betty e le scrivono accorate lettere in carcere per manifestarle vicinanza e comprensione.
In aula, l'avvocato di Betty gioca -in modo teatrale- la carta dei sogni di famiglia distrutti. Distrutti da un marito che ha privato pian piano la moglie di figli, casa e stabilità, portandola così all'esasperazione e all'omicidio.
L'accusa a sua volta insisterà sull'odio. L'odio che Betty ha covato per anni, che ha espresso in decine di telefonate oscene registrate accuratamente da Dan Broderick sulla segreteria telefonica di casa e poi trascritte. Una in particolare, in cui la donna viene registrata mentre parla col figlio più piccolo che la invita, piangendo, a calmarsi, non lascia dubbi su quanto Betty si sia lasciata accecare dall'odio e dalla sete di vendetta, anteponendo ad essa persino i propri figli.
Betty Broderick, l'icona delle mogli usate e poi gettate via, viene condannata per duplice omicidio di secondo grado, con possibilità di chiedere la libertà sulla parola nel 2010. Quella possibilità le è stata poi negata, data la mancanza di rimorso mostrata dalla donna. Nel 2011, le è stata nuovamente negata la libertà vigilata, dopo una drammatica audizione di 5 ore in cui i suoi quattro figli si sono divisi (due di loro hanno hanno sostenuto che la madre dovesse restare in carcere). Anni ed anni di detenzione non hanno piegato "Angry Betty", come è stata ribattezzata dai media. Lei è ancora "angry" ("arrabbiata") e non prova alcun rimorso per l'omicidio di Dan e Linda, che oggi riposano l'uno accanto all'altra nel Greenwood Memorial Park, a San Diego.





242. Le sorelle Grimes

E' il 1956 e Barbara e Patricia sono due ragazze come tante, due sorelle come tante. Hanno quindici e tredici anni, le sorelle Grimes, e vivono a Chicago con mamma Loretta e con altri cinque, tra fratelli e sorelle. Il padre non c’è, perché i genitori sono separati. A casa Grimes mancano spesso acqua e luce, ma, come dice Loretta, queste carenze materiali sono compensate dall’amore, che in questa famiglia non manca.
Le sorelle Barbara e Patricia adorano Elvis Presley ed hanno visto "Love me Tender" ben dieci volte e no, non ne hanno ancora abbastanza. Vogliono rivederlo, ancora una volta. E così, la sera del 28 Dicembre del 1956,  le sorelle Grimes sono lì, puntuali alle 21 e 30, fuori dal Brighton Theater, in fila per i pop corn.
Alle 23, eccole su un autobus diretto a est. Due sorelle, due brave ragazze, che di certo a quell’ora fanno ritorno a casa. E invece no. A casa, Patricia e Barbara non ci tornano.
Le cercano per venticinque giorni. Le cercano tutti. Ma proprio tutti.
Persino Elvis Presley invita le due sorelle a tornare a casa dalla loro preoccupatissima madre. Le ragazzate devono pur finire, perché è questo che crede mezza Chicago: che si tratti di una fuga volontaria. E mezza Chicago le avvista, le segnala, le rintraccia. A poco più di ventiquattro ore dalla scomparsa, dei compagni di classe le vedono da Angelo’s, un ristorante nella zona sud della città. Poi è il turno di un autista, che però crede di averle incontrate in un sobborgo a nord di Chicago. E ancora, una guardia giurata racconta di aver dato indicazioni a due ragazzine – presumibilmente, Patricia e Barbara Grimes – il giorno successivo alla sparizione, ma a nord ovest. Un albergatore afferma di aver rifiutato di affittar loro una camera proprio per la loro giovane età, mentre il commesso di un negozio di dischi giura di averle notate, intente ad ascoltare l’album di Elvis Presley.
Paradossalmente, la signora Loretta è l’unica che scuote la testa. Le sue figlie non sono scappate. Questo non è un colpo di testa. Questa non è una ragazzata. Ѐ successo qualcosa, qualcuno le trattiene. "Sarà", replica la polizia, che però continua a cercare. E alla fine, le trova. Le trova a sud est, nella contea di Cook. Le trova lungo le sponde del Devil’s Creek, cioè il “Ruscello del Diavolo”. Ѐ il 22 gennaio 1957. Barbara e Patricia sembrano due manichini. Senza vestiti. Senza vita. Congelate.
Da quanto sono lì? Cos’è successo? Sono morte la sera della scomparsa? Difficile stabilirlo. Oltre agli avvistamenti discordanti, altre cose sono accadute. A Loretta Grimes è arrivata una lettera da qualcuno che le ha chiesto un riscatto. E allora, il 12 gennaio 1957, dieci giorni prima del ritrovamento, Loretta, seduta su una panchina, aspetta. Ha il consenso dell’FBI e una borsa piena di soldi, che però nessuno ritirerà mai.
La lettera è opera di un mitomane e mentre Loretta aspetta, forse, Barbara e Patricia sono già morte. O forse no. Perché, altrimenti, sarebbe difficile spiegare le telefonate ricevute da Wallace Tollstan, la notte del 14 gennaio. La figlia di Wallace – Sandra – è in classe con Patricia Grimes ed è proprio la voce di quest’ultima che l’uomo crede di riconoscere quando, intorno alla mezzanotte, alza il ricevitore. Pochi secondi e una ragazzina che chiede, sussurrando, se Sandra è in casa. Prima che l’uomo riesca a passare la telefonata alla figlia, la comunicazione s’interrompe… ma dall’altra parte, dall’altra parte c’era una spaventata Patricia Grimes, non c’è dubbio. Lo sceriffo Lohman e il detective Glos, però, qualche dubbio ce l’hanno. I corpi di Barbara e Patricia sembrano giacere sulla riva di Devil's Creek già da un pò, forse prima del 9 gennaio. Ci sono state pesanti nevicate e le rigide temperature hanno contribuito a preservare i corpi, a conservarli nello stato in cui erano al momento della morte. Barbara giace sul fianco sinistro. Le gambe piegate, la testa coperta dal corpo della sorella. Patricia invece è sdraiata sulla schiena, la testa girata -di netto- a destra. Sembra che braccia frettolose e ansiose di disfarsene, abbiano scaricato, anzi, forse persino lanciato quei corpi. Magari da un’auto in corsa.
Lo sostengono gli investigatori ed anche i giornali, che fanno presto a rispolverare un altro omicidio plurimo che aveva fatto rabbrividire l'intera Chicago, sempre in gennaio, ma 2 anni prima: il caso Schuessler-Peterson. Due cognomi, tre bambini. I fratelli John e Anton Schuessler e il piccolo Bobby Peterson. Hanno quattro dollari in tutto, quel pomeriggio. Quattro dollari, quanto basta per trascorrere un pomeriggio al cinema e guardare un film che non racconteranno mai. I tre ragazzini, infatti, vengono ritrovati due giorni dopo: senza vestiti e senza vita. Probabilmente strangolati, gli occhi bendati dal nastro adesivo, probabilmente scaricati da un veicolo in corsa. L’innocenza sembra aver voltato le spalle a Chicago, quel pomeriggio del 1955. E il delitto Grimes sembra confermarlo: non c’è più spazio per l’innocenza,  in questa città. I due episodi poi hanno delle inquietanti analogie: i corpi nudi, lasciati in un’area desolata, come manichini abbandonati. E se i tre bambini non hanno ancora avuto giustizia, per le sorelle Grimes la storia avrà un finale diverso. O almeno, così si spera. E ci s’impegna molto, sin da subito: ben 162 agenti sulla scena del crimine, ben 162 agenti camminano lungo il Ruscello del Diavolo, ben 162 agenti calpestano qualunque prova sia rimasta. E la confusione cresce, nei giorni seguenti: sui corpi di Patricia e Barbara ci sono dei segni strani, delle ferite tanto difficili da spiegare che neppure l’autopsia riesce a fare chiarezza. Quando sono morte le due sorelle? E qual è stata la causa della morte? Congelamento, a quanto pare. Sì, ma se sono morte il 28 dicembre - la notte stessa della scomparsa - come spiegare i numerosi avvistamenti dei giorni successivi? E se i corpi sono lì, al Ruscello del Diavolo, dal 28 dicembre… come mai nessuno li ha notati prima?
I cadaveri di Barbara e Patricia restano nell’obitorio per un mese, a disposizione del coroner e degli inquirenti. Un “soggiorno” forzato che però non porta a nulla di concreto. Niente data, né causa della morte. E così le ragazze vengono restituite alla madre e il 28 gennaio 1957 le sorelle partono per il loro ultimo viaggio. A ricordarle, una lapide semplice e spartana. Ma non c’è bisogno di tener viva la memoria, perché Chicago non le dimentica. Anzi, la città è ossessionata dal ricordo delle ragazze uccise: viene organizzata una raccolta fondi in favore della famiglia, vengono distribuiti volantini con richieste d’informazioni e persino l’autorevole quotidiano "Chicago Tribune" invita tutti quelli che hanno visto o sanno qualcosa a scrivere una lettera alla redazione. Ogni lettera verrà ricompensata con cinquanta dollari. Ancora, si pubblicano foto delle amiche di Patricia e Barbara, con indosso abiti simili a quelli delle due vittime (abiti, peraltro, mai ritrovati) nel tentativo di rinfrescare la memoria di qualche testimone distratto. E poi, gli interrogatori. E i sospettati. Circa duemila. E tutti, TUTTI, trattenuti e torchiati a dovere. Max Field, diciassette anni, è uno di loro. La macchina della verità lo mette alle strette e confessa di aver rapito le due ragazze. È lui? È lui, il mostro? Non lo sapremo mai: c’è stato un grave vizio di forma, poiché i minorenni non possono essere sottoposti alla macchina verità. Field viene rilasciato, per poi essere nuovamente arrestato – anni dopo- per l’omicidio di un’altra donna. Nel frattempo, tantissimi sono i mitomani e i malati psichici che si sentono in dovere di dire la propria: menzogne, visioni, interferenze. Per questo, quando mette le mani su Edward Bedwell, lo Sceriffo Lohman si guarda bene dall’allentare la presa. Bedwell è un vagabondo, fortunato possessore di un ciuffo alla Elvis. Lo hanno visto insieme alle Grimes in un ristorante, dove talvolta lui lava i piatti in cambio di cibo. E sì, Bedwell ammette di esser stato in quel ristorante - il “D&L” - con due ragazze, ma nega che si tratti delle Grimes.
I proprietari- John e Minnie Duros- raccontano che con Bedwell c’erano due ragazze e un altro uomo. La ragazza più alta (Patricia Grimes?) aveva qualcosa che non andava. Seduti al tavolo, i quattro ascoltavano le canzoni di Presley che il juke box suonava. La presunta Patricia sembrava ammalata o ubriaca. Poi gli altri tre l'avrebbero trascinata fuori dal locale. A Minnie, che si era opposta, l’altra ragazza (Barbara?) avrebbe detto – forse per tranquillizzarla- che loro due erano sorelle. Lo Sceriffo Lohman crede alla versione di Minnie. Sembra plausibile. E poi, Bedwell somiglia a Elvis, cosa che sicuramente deve averlo aiutato ad adescare le ragazzine e a convincerle ad andare con lui. Alla fine Bedwell, non solo confessa una torbida storia di sesso, alcool e violenza, ma ritorna sul luogo del crimine e ricostruisce, per Lohman, l’uccisione delle due ragazze.
Caso chiuso? Sì, sostiene lo sceriffo. Ma i suoi colleghi e il Procuratore Distrettuale non sono convinti. La confessione del vagabondo è contraddittoria, piena di falle. Sembra estorta e così è, in effetti: Bedwell ammette di essere stato interrogato con metodi brutali dagli uomini di Lohman e viene dunque scarcerato. Qualcuno però appoggia Lohman. Si tratta del detective Glos: anche lui è convinto che Bedwell c'entri qualcosa col delitto Grimes, convinzione che si rafforza quando Bedwell finisce nei guai per lo stupro di una tredicenne, avvenuto in Florida. La ragazzina racconta non solo di aver subito violenza ma di essere stata rapita e tenuta prigioniera. Una dinamica che si potrebbe applicare alla vicenda delle sfortunate sorelle di Chicago, sostiene Glos. E quelle ferite, quei segni di punture su cui l’autopsia non ha saputo fare chiarezza, potrebbero avere una torbida spiegazione: le due ragazze sono state picchiate, malmenate a lungo e probabilmente molestate. Sospetto, quest’ultimo, che poi sarà confermato con grande riluttanza dalla Scientifica di Chicago. Ma l’atteggiamento di Glos non piace: è un uomo duro, critico, irriverente. Il coroner, Walter McCarron, fa in modo che il caso gli venga tolto e che non possa più ficcare il naso nelle indagini. Almeno ufficialmente. Eh sì, perché Glos continuerà ad indagare sul delitto Grimes per conto suo, senza alcun compenso, al fianco dello Sceriffo Lohman. Quest’ultimo è l’unico a dar credito alle ipotesi di Glos: le ragazze sono state torturate e molestate da un predatore sessuale, che le ha attirate con i suoi modi gentili e la faccia da bravo ragazzo. E quel predatore è Benny Bedwell. Di questo Lohman è convinto e lo sarà fino alla morte, avvenuta nel 1969. Un maniaco ha ucciso le due sorelle? Sì, può darsi. Questa ipotesi però a poco a poco corrode l’immagine di Barbara e Patricia: da innocenti teenagers che cantano Love me Tender diventano nell’immaginario collettivo due ragazze facili, che accettano da bere da uomini più maturi e non ignorano "i fatti della vita". Anzi.
Secondo le indiscrezioni che Glos lascia trapelare, entrambe erano sessualmente attive. Il coroner aveva tenuto queste informazioni per sé, forse per motivi religiosi, forse per non urtare la morale del tempo, forse per non pugnalare il cuore già straziato di Loretta Grimes, alla quale nessuno avrebbe osato spiegare che probabilmente le sue bambine erano entrate in un brutto giro, dal quale avevano tentato di uscire. Pagando con la vita. Sì, ma…chi è stato? Il tempo passa. Il caso diventa "freddo".
La verità non solo si allontana, ma è avvolta da un mistero, denso e oscuro come solo le storie di fantasmi sanno essere. Le sorelle Grimes sono state gettate -senza tanti complimenti- in un luogo dal nome sinistro, il Ruscello del Diavolo, a poca distanza dal quale sorgeva una casa. Isolata, protetta dagli alberi, abitata da una famiglia che –inspiegabilmente- l’abbandona in tutta fretta dopo la scoperta dei due corpi. Più che un trasloco, sembra una fuga: oggetti personali, mobili, giocattoli sono ancora tutti lì, all’interno della casa o sparsi in cortile. E davanti all’ingresso, una vecchia auto viene divorata per anni dalla ruggine. Perché tanta fretta? Chi abitava nella casa ha forse visto qualcosa che non avrebbe dovuto? Le risposte sfuggono. Non sfugge, invece, la casa abbandonata all’occhio sempre attento dei vandali, che, infatti, la incendiano.
Ma la forza del fuoco non è sufficiente: non solo le fiamme lasciano intatte le fondamenta, l’impianto di riscaldamento e il portico – che restano ben visibili, tra le rovine- ma non riescono a spazzare via nemmeno quei rumori, strani e inspiegabili. Porte che sbattono, il motore di un’auto che arriva a tutta velocità, uno sportello che si chiude. Decine di passanti giurano di aver udito questi suoni inquietanti e una donna addirittura crede d’aver visto due corpi nudi sul greto del fiume. La polizia controlla, cerca, verifica. Non c’è nessuno. L’area è disabitata.  Non c’è più nessuno lungo il Devil’s Creek. E allora, di cosa si tratta? Semplice suggestione? Impressione profonda suscitata da un duplice assurdo delitto? Ai fenomeni paranormali, ognuno è libero di credere o no. Ma camminando lungo le rive del Ruscello del Diavolo, si respira ancora tutta la paura e l’angoscia di due morti inutili.